Il 20 settembre 1973 Salvatore Feudale, di appena 10 anni, viene ucciso in piazza Mercato a Crotone insieme al fratello Domenico, di 19 anni, in un agguato brutale. Sedici proiettili mettono fine alle loro vite, segnando uno dei capitoli più cruenti della faida di Crotone, una guerra tra clan della 'ndrangheta che ha visto contrapporsi i Vrenna, guidati da Luigi, e i Feudale, capeggiati da Umberto. Salvatore aveva cercato di nascondersi tra le bancarelle. 

 

La tragedia non arriva inaspettata. Era il 26 luglio quando Antonio Feudale, zio delle vittime, scampò per miracolo a un attentato. Il giorno seguente, i Feudale risposero con una sparatoria che lasciò sul campo cinque feriti e due morti: Calogero, figlio del boss Vrenna, e Francesco Feudale, fratello di Salvatore. Gli episodi di violenza proseguirono il 30 agosto, quando un nuovo attacco colpì Concetta Feudale e i suoi due figli, lasciandoli gravemente feriti. Il 20 settembre rappresenta il culmine di questa spirale di vendette.

 

In questa logica di conflitti e regolamenti di conti, anche la vita di un bambino diventa sacrificabile. Salvatore, con i suoi dieci anni, non era parte attiva del conflitto, ma la sua morte rientra nella strategia intimidatoria che caratterizza le faide mafiose. Uccidere non è solo vendetta: è un messaggio, una dimostrazione di forza che si esprime attraverso la brutalità.

L’arresto di Luigi Vrenna e di numerosi membri del suo clan non basta a ridare senso a una vicenda che ha segnato profondamente la comunità di Crotone. È una storia che parla di violenza cieca, di vite spezzate per mantenere equilibri di potere.

 

 

 

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