Chi è Néa
Un media composto da autori under 25 con sede a Sassuolo e attivo in tutto il Distretto Ceramico. In occasione della mostra Gli Invisibili ha curato l'inaugurazione delle 4 mostre a Fiorano, Formigine, Maranello e Sassuolo e reinterpretato gli articoli storici con un tocco contemporaneo. Curioso di saperne di più? Leggi gli articoli qui sotto!
La mafia sa come andare virale.
Nella giornata di oggi, il giudice Paolo Borsellino è stato vittima di un feroce attentato proprio sotto la casa della madre, in via Mariano D’Amelio a Palermo. Un attentato che non ci fa pensare soltanto a quanto ormai cosa nostra sia feroce e senza limiti, ma ci mette davanti anche a un macabro, ma interessante, dettaglio: la ‘teatralità mafiosa’.
L’attentato è stato fragoroso, violento, efferato: un perfetto articolo da prima pagina, ma anche un ottimo contenuto ‘virale’. E la criminalità questo lo sa bene. Come nelle migliori
aziende, c’è chi studia i movimenti delle masse, le mode e i trend. Un ‘brand’ fa sì che si parli di lui per molto tempo: per mesi o, perché no, per anni. L’attentato suscita due meccanismi molto chiari. Il primo è la paura del pubblico. I mass media inizieranno a parlare di questo, più o meno limpidamente, e tutti inizieranno a temere che possa accadere anche a loro. Il secondo è lo sciacallaggio mediatico. Il giudice Falcone prima e poi il giudice Borsellino diventeranno simboli, certo, ma anche oggetto di speculazioni, fake news e terrorismo mediatico. Tutto questo è costruito affinché si parli dell’organizzazione - e non si intendono i martiri di questa guerra silenziosa, ma proprio di cosa nostra. È il ‘brand’, il marchio, che ha lanciato il suo nuovo prodotto sul mercato: la paura mediatica. Ma cosa si può fare per evitare che si parli più del carnefice che della vittima? Innanzitutto osservare bene da chi provengono le notizie: le fake news, in questi casi, sono tante e spesso subdole. In secondo luogo diffidare dei video realizzati con l’Intelligenza Artificiale.
I video della strage di via D’Amelio, a breve - se non subito - verranno dati in pasto alle I.A. generative, che inizieranno a replicare avvenimenti simili in altre parti d’Italia, alimentando disinformazione e ulteriore terrorismo mediatico. Infine, è necessario riconoscere i simboli. Il giudice Paolo Borsellino è morto insieme alla sua scorta. Martiri? Alcuni giornali dicono così. Noi vi invitiamo a vederli come tasselli della realtà che stiamo vivendo, tasselli che servono per costruire il futuro del nostro Belpaese, affinché non sia più necessario avere «martiri».
Articolo a cura di Davide Rosella.
La mafia uccide, il silenzio pure. E noi urliamo.
È morto poche ore fa, all’Ospedale Civico e Benefratelli di Palermo, Gaetano Costa. Il magistrato, ex partigiano, è stato assassinato mentre acquistava un volume in un chiosco di
libri in via Cavour. Il Procuratore della Repubblica al Tribunale di Palermo, in appena due anni, era riuscito a scovare gare d’appalto truccate, sopraffazioni e profitti illeciti, combattendo la mafia in ogni sua forma. Proprio perché la sua lotta era efficace - e dunque pericolosa per cosa nostra - è stato messo a tacere nel modo più vile: sei colpi di pistola alle spalle hanno ucciso l’uomo che, nel “dovere di avere coraggio”, aveva rifiutato la scorta per non mettere in pericolo la vita di altre persone.
Costa è stato assassinato per aver voluto compiere il suo dovere da magistrato. Al funerale, come già comunicato sui social, saranno presenti centinaia di persone. Tra queste, però,
pochissimi colleghi magistrati. Non stupisce, in realtà, il silenzio di gran parte della magistratura locale. Gaetano Costa, lo scorso maggio, era stato l’unico a firmare la convalida dei mandati di cattura per Rosario Spatola e cinquantaquattro dei suoi uomini; i suoi colleghi non firmarono, lasciandolo solo. E anche dopodomani, quando il feretro entrerà in quella chiesa piena di lacrime, molti di loro non saranno lì. Per combattere la mafia serve coraggio, e Costa ne aveva. Ma è necessario anche supporto. Era un personaggio scomodo, anche per molte cariche dello Stato, che per anni hanno tentennato nel dargli sostegno. Costa aveva compreso l’esistenza di una zona grigia di affari tra criminalità organizzata e istituzioni.
Già al suo insediamento la reazione del panorama giudiziario e politico palermitano fu negativa. L’azione investigativa di Costa fu persino ostacolata da alcuni suoi sostituti, che
decisero di dissociarsi apertamente dai suoi provvedimenti, rendendolo ancora più vulnerabile. Oggi possiamo raccogliere non solo la sua memoria, ma anche il dovere di continuare la sua lotta di fronte a ogni ingiustizia. Perché la mafia uccide, ma anche il silenzio. E non resteremo zitti di fronte alla sopraffazione e alla violenza.
Articolo a cura di Gabriele Carloni.
La mafia spara in faccia a un bambino per ricordare a tutti che esiste.
Questa sera Claudio, undici anni, rientrava a casa a piedi insieme a un amico. Una Kawasaki accosta vicino ai due bambini e un uomo chiede chi dei due fosse Domino. Alla
risposta di Claudio estrae una pistola e, a meno di un metro di distanza, spara in faccia all’undicenne. Il corpo di un bambino che cade sull’asfalto senza vita non fa tanto rumore.
Lo sparo in centro a Palermo sì. I cittadini palermitani che si riversano nelle piazze a protestare contro una città ancora una volta dominata dalla mafia sì. La morte di un bambino
innocente sì, fa ancora tanto rumore. Quante lotte in questi anni: giornalisti, scrittori, magistrati che chiedevano soltanto attenzione. Chiedevano di aprire gli occhi, perché la mafia non era sparita. Quanti non sono stati ascoltati, perché non faceva più rumore come un tempo e si è preferito illudersi. Illusione quella venduta agli italiani: la mafia è sparita, estinta. Non esiste più, se non nei libri di storia da studiare. Non siamo negli anni ’80 eppure oggi la mafia è tornata a far rumore. Cosa Nostra ha ricordato a tutti la violenza, la crudeltà, il senso di vendetta e quell’‘onore’ sempre celebrato ma mai estinto. Oggi cosa nostra ha sparato a un bambino. Ha ucciso il piccolo Claudio Domino.
Oggi nessuno può dire che la mafia non c’è più. Nessuno può ignorare, minimizzare o smentire il corpo di un bambino di undici anni esanime sul marciapiede di una strada. Un
bambino giustiziato mentre tornava a casa da un pomeriggio passato, probabilmente, al parco a giocare con i suoi amici. Un bambino.
La notizia è arrivata nei feed di tutti in pochi secondi e, dopo la prima ora, tutte le testate giornalistiche avevano già una propria ipotesi sul movente dell’omicidio. Nessuno aveva
dubbi sul mandante. Che avesse assistito a un crimine come testimone involontario, che il padre avesse legami con cosa nostra, che la madre avesse un rapporto adultero con un
nemico dell’organizzazione: tutte ipotesi formulate. Non si sa a chi credere, non si conosce la verità e non si riesce a comprendere le ragioni, negli anni ‘20 del Duemila, per uccidere un bambino. Lontana dagli anni ’80, la mia generazione crede che quella violenza, quella crudeltà, quelle esplosioni e quegli omicidi gratuiti siano distanti dalla nostra realtà. Ma la mafia c’è e, ignorata per trent’anni, torna, smentisce gli ottimisti e fa fuoco sugli innocenti in centro, senza remore. Proprio come abbiamo studiato, proprio come pensavamo non sarebbe più successo. La mafia non è mai sparita: siamo stati noi, per anni, a smettere di guardarla.
Articolo a cura di Alice Barbolini e Asia Benatti.
Non è morto in silenzio. Non è morto per caso.
Giovanni Falcone è morto oggi, in pieno giorno, su un’autostrada calpestata quotidianamente, in un Paese che da anni dice di conoscere la mafia e di saperla combattere. La notizia è arrivata prima su Instagram che nelle Redazioni. Un’esplosione, poi i video, poi i frammenti, poi i nomi. In pochi minuti Falcone non era più un magistrato sotto scorta: era già diventato un simbolo, un hashtag, un volto da condividere. Ma prima di tutto era un uomo che lo Stato sapeva essere in pericolo e che non è riuscito a proteggere. Ed è da qui che bisogna cominciare. Dire che Falcone è stato ucciso da cosa nostra è vero, sì, eppure non è sufficiente. È stato ammazzato nonostante le analisi del rischio, le minacce note, le esperienze del passato, dentro un sistema di cui conosceva il pericolo. Oggi la mafia non è più solo tritolo e stragi. È discrezione, è capitale, è attesa. Colpisce meno spesso e quando colpisce lo fa sapendo che l’impatto sarà amplificato da una Italia fragile, distratta, polarizzata. Il dottor Falcone combatteva questa mafia: quella che si infiltra nei flussi finanziari, nei gangli amministrativi, nelle zone grigie della legalità. È morto mentre la inseguiva. Nelle ore che seguono l’attentato, fioccano i comunicati. Tutti lo ricordano come un gigante,
un eroe, un servitore dello Stato. Ma - sappiamo noi, bimbi del Duemila - la narrazione non è sempre stata questa. Negli ultimi anni era stato isolato, criticato, messo in discussione.
Accusato di protagonismo, di rigidità, di voler accentrare troppo. Le stesse voci che oggi lo celebrano, ieri lo logoravano. È una storia che il nostro Paese conosce bene: si ascoltano i
magistrati solo quando non possono più parlare. Falcone muore oggi anche per questo: perché in vita era scomodo.
Ci saranno fiaccolate. Ci saranno minuti di silenzio. Ci saranno promesse solenni. Adesso, però, sappiamo che non basteranno. Viviamo in un tempo in cui l’indignazione ha
una scadenza brevissima, in cui il dolore viene consumato e subito sostituito. Il delitto di Falcone rischia di diventare un contenuto tra gli altri, una tragedia da archiviare dopo sette
secondi di commozione. È questa la vera vittoria della criminalità organizzata: non l’impunità, l’assuefazione. Nel 1992 si diceva:«la sua morte non sarà vana». Oggi non possiamo permetterci tali affermazioni automatiche, demagogiche, vane. La morte di Giovanni Falcone non ci promette nulla. Non garantisce cambiamento. Non assicura riscatto. Ci pone un interrogativo secco, scomodo, inevitabile: quanto siamo disposti a difendere davvero chi difende lo Stato; chi difende noi? Falcone è morto oggi. E non possiamo dire di non sapere perché.
Articolo a cura di Gabriele Arcuri.
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